LA ROTTA BALCANICA

PREMESSA

Il serbatoio è pieno e la moto carica; l’appuntamento è al solito anonimo distributore, i minuti scorrono e, anche se la primavera cederà presto il posto all’estate, a quest’ora del mattino fa fresco. Butto uno sguardo al cielo che, benevolo, mi rassicura, confermando che la meteo sarà favorevole. Nell’attesa penso che avrei bisogno di una tazzina di caffè bollente.

Nonostante l’esperienza maturata nei viaggi precedenti, quest’ultima notte, trascorsa nel mio letto, è stata colma di pensieri legati a questo viaggio; forse questo meltinpot di immagini mi hanno tenuto compagnia più del dovuto. Come nella sera prima degli esami, ho messo a punto le ultime cose: documenti, appunti, macchina fotografica e batterie; i bagagli, quelli, erano già pronti da alcuni giorni.

Tutto distribuito sapientemente nelle due valigie a disposizione; rimane solo da riporle nelle comode borse d’alluminio fissate ai telai della moto, la sera prima della partenza. Il pensiero di ieri si interrompe di tanto in tanto al passaggio di qualche faro che transita distratto sulla strada. Sento un rombo familiare: con qualche minuto di ritardo arriva il mio compagno d’avventura. Ferma la moto accanto alla mia; gli sguardi si incrociano assonnati. Forse il pensiero di entrambi è il medesimo. A quest’ora del mattino le parole servono a poco, quello che conta è il cenno d’intesa: diamo lo start alle moto. Inizia l’avventura. Ci attende un lungo viaggio verso quella che abbiamo ribattezzato la “Rotta balcanica” alla ricerca del cuore della Bulgaria.

Puntiamo a nord; guidiamo sulle statali che ben conosciamo, evitando l’autostrada del Brennero, preferendo le strade locali che nei fine settimana ci indirizzano verso borghi rurali e amene località del nostro Trentino. La Valle dell’Adige dorme ancora mentre scorrono i meleti e i vigneti sotto i nostri sguardi. Accendo la resistenza delle manopole e le mani si scaldano regalandomi un piacevole benessere.

Mi metto a ruota del mio compagno, l’andatura è tranquilla, senza la presenza del traffico facciamo strada. Oltrepassiamo Bolzano, la valle si chiude e la sensazione del fresco aumenta. Il cenno con la mano è quello del caffè, la freccia intermittente della mia moto è il segnale che accetto volentieri l’idea. Si riprende subito la marcia di trasferimento verso il confine con l’Austria. Da quando siamo entrati nella provincia cugina la toponomastica dei luoghi è in doppia lingua; Bressanone diventa Brixen, Brunico diventa Bruneck e Dobbiaco diventa Toblach. La Pusteria si sveglia tranquilla senza traffico ed è un emozione attraversala osservando gli ampi prati e i boschi arrampicati sui monti che vengono illuminati dai primi raggi di sole. Tra i molti pensieri le moto macinano chilometri e il confine ormai è ad un passo. Prima di giungere in Austria facciamo una sosta al Grober Hutte per riprenderci dal torpore di questo viaggio iniziato tra freddo e dormiveglia.

Il Grober Hutte a Versaccio

Il parcheggio antistante il Grober Hutte, e le protagoniste del viaggio

Dopo la pausa ristoratrice si riprende il viaggio, l’Italia ormai è alle spalle e davanti a noi l’asfalto austrico. Dirigiamo alla volta del Wurzen Pass che ci consentirà di scendere in Slovenia.

Guidare in moto in Austria è sempre un piacere specie se si attraversano le sue belle valli alpine. Il nostro tragitto attraversa parte della Gailtal, la valle parallela al confine di Stato; nei pressi di Arnoldstein svoltiamo a sinistra prendendo le indicazioni per il Wurzen Pass e quindi per la Slovenia e Kranijska Gora. L’asfalto inizia ad arrampicarsi sul versante montano e giunti sul colmo attraversiamo la tettoia della dogana. Al di là del confine la strada precipita verso la conca di Kranijska Gora. L’ambiente che incontriamo è quello tipico alpino: bei monti ricoperti da un fitto bosco di conifere.

La frontiera tra Austria e Slovenia al Wuzenpass

La frontiera del Wurzenpass è la porta d’ingresso alla Slovenia

L’atmosfera dei paesaggi sloveni è ben diversa da quella che viviamo in Trentino. Ogni qual volta ho l’occasione di venire in questi posti mi sembra che qui sia tutto più verde e che la natura placida consenta all’uomo di crearsi un piccolo spazio tra i suoi grandi boschi. Non a caso i loghi pubblicitari del turismo sloveno sono di colore verde a rimarcare questa piacevole presenza così ingombrante. La Slovenia, pur non disponendo di un territorio particolarmente esteso offre al visitatore un incredibile patrimonio naturalistico. La percentuale di superficie boschiva, la ricchezza d’acqua, la presenza della variegata fauna e flora, nonché l’alto numero di parchi e aree protette la collocano tra i paesi europei col maggior patrimonio ambientale. La biodiversità contraddistingue i paesaggi e la cultura locale facendo della Slovenia un prezioso scrigno da scoprire. Purtroppo il carnet di viaggio non prevede soste in questo territorio. Questa parte del viaggio è un lungo trasferimento verso il confine bulgaro, ma ciò nonostante le cartoline del paesaggio sloveno, che incontriamo durante il nostro spostamento verso sud, sono di una bellezza unica. Intanto raggiungiamo il piccolo centro di Kranjska Gora, paese collocato tra le valli delle Alpi Giulie votato al turismo montano. Qui si ritrovano sciatori, scalatori amanti del trekking. Da qui parte l’incredibile itinerario che, dopo aver oltrepassato il passo Vrsic, attraversa la valle della Soca nel parco nazionale del Triglav, dove si possono vedere alcune delle ultime aree di natura primordiale presente sull’arco alpino.

Sulla strada per Bled nei pressi di Kranjska Gora

Una sosta per mangiare velocemente e si riparte

Giunti nei pressi del centro sciistico decidiamo per una sosta, troviamo una osteria, una “gostilna“, dove ci vengono serviti “ćevapčići” e il famoso maialino, il tutto bagnato da un boccale di “svetlo“, ovvero una buona birra bionda.

Dopo la meritata pausa, la bella giornata, ci invoglia a riprendere la marcia alla volta di Bled, alla confluenza dei fiumi Sava Bohinjka e Sava Dolinka. Il borgo è adagiato sulle sponde di un incantevole laghetto subalpino, all’interno del quale si erge un isolotto “Blejski Otok” che ospita la barocca chiesetta dell’Assunzione.

La vista su Bled arrivando da Kranjka Gora

Ci avviamo percorrendo la veloce strada che costeggia il parco naturale di Triglav; oltrepassiamo la cittadina di Jesenice, principale centro urbano di questa valle che è attraversata da una pista ciclabile che collega Tarvisio a Mojstrana e quindi a Jesenice, che ripercorre il tratto ferroviario della vecchia ferrovia oggi dismessa. Alle porte di Bled osserviamo incantati dall’alto della strada lo splendido panorama sul celebre lago incastonato tra le montagne rigogliose di verde alpino .

Scendiamo attraverso le piacevoli colline che circondano Bled buttando lo sguardo sulle belle casette che spuntano qua e là; giunti sull’anello stradale che circonda il lago  individuiamo subito, sulla sponda occidentale, il tranquillo “Camping Bled”, dove faremo sosta per la notte.

Le colline attorno al lago di Bled

Il Camping Bled, nelle vicinanze della sponda occidentale del lago

La bella giornata di sole ci spinge a montare subito la tenda e approfittando delle ore di luce che ancora abbiamo a disposizione ci avviamo per una passeggiata lungo le rive del lago. Sarà la natura lussureggiante, i colori brillanti del lago e l’atmosfera romantica conferita dall’isolotto al centro del lago, ma la prima impressione è quella di trovarci all’interno di una macchina del tempo; la sensazione che il tempo si sia fermato è forte. Difficile trovare da noi un ambiente intonso come quello che vediamo in questa parte di Slovenia. Il laghetto è solcato da strane imbarcazioni che ricordano quelle dei promessi Sposi di Renzo e Lucia. Alcuni turisti approfittano delle “plenta”, una sorta di gondola, per recarsi sull’isolotto per vedere la chiesa e per dare alcuni rintocchi alla campana della fortuna. Dal bordo del lago osserviamo i bastioni del castello che domina la conca di Bled.

La chiesa dell’Assunzione a Bled

Il molo dove sono ormeggiate le tipiche imbarcazioni che solcano le acque del lago

Le sponde verdi del lago antistanti il paese di Bled sono gremite di pescatori professionisti a giudicare dalla mole di attrezzatura che hanno al seguito. E’ piacevole parlare con loro nell’attesa che i pesci abbocchino: ci raccontano della loro passione e dei costi che devono sostenere. I nostri interlocutori vengono da Roma e non sono soddisfatti della loro battuta di pesca; lo si intuisce dai retini vuoti. Le parole usate e i discorsi che fanno sono quasi uguali a quelli dei motociclisti: raccontano di una passione che li spinge ad approdare su lidi nuovi alla ricerca di sensazioni alla ricerca di un confronto con se stessi e con la natura.

In serata le cime delle montagne, che ci avevano accolto radiose al nostro arrivo, si coprono di pesanti nuvole. Facciamo rientro al campeggio, l’aria è pesante e umida. La lettura della meteo del quotidiano locale è esauriente: le previsioni danno piogge forti per la notte e per tutto l’indomani. Questo conferma quanto avevamo appreso investigando sulla rete prima di partire.  Mentre mangiamo qualcosa nel ristorante attiguo al camping si scatena il diluvio. Durerà ininterrottamente tutta la notte e il giorno seguente.

Nuvole basse sul lago di Bled

La meteo è implacabile: dal cielo nero scende copiosa una fitta pioggia che in alcuni momenti diventa un vero e proprio diluvio. Decidiamo che è meglio fermarci e aspettare una schiarita che non arriverà; l’attesa in tenda è lunga, inganniamo il tempo leggendo gli appunti sul viaggio che ormai sanno di ripetuto come i versi di una poesia che si cerca di imparare a memoria. Verso sera il tempo decide di essere clemente; una giornata persa, sappiamo però che con questo tempo avremmo fatto pochi chilometri col rischio incombente del viscido asfalto delle strade slovene.

La mattina del terzo giorno finalmente il maltempo si è placato lasciando il posto ad un cielo terso. Decidiamo di non scendere verso la capitale slovena ma di risalire verso l’est per poi dirigere alla volta di Zagabria. Siamo curiosi di attraversare la Bassa Stiria, una zona collinare slovena molto ricca di verde; le colline di questo territorio sono ricoperte da boschi e vigne disegnando un paesaggio suggestivo e rilassante. Qui si trova Rogaska Slatina, un borgo dove hanno sede le terme più antiche della Slovenia. Quando arriviamo ci troviamo in un luogo dove le architetture evocano un vissuto importante; aggirandosi per il centro ci colpisce il contrasto tra le reminiscenze di un’eleganza trascorsa e l’odierna atmosfera urbana decadente. Questa località, seppur affascinante, la lasciamo avvolta in un velo di grigia malinconia.

Oltrepassiamo il confine; abbandoniamo la Slovenia ed entriamo in Croazia. Nonostante la vicinanza, i due paesi sono profondamente diversi, tuttavia l’atmosfera che respiriamo in Bassa Stiria ed in Slavonia è la medesima e non è certo quella di un territorio ricco e benestante. Non incontriamo le strutture turistiche che siamo abituati a vedere sulla brulicante costa croata. Qui il paesaggio urbano appare abbandonato a sé stesso, in un susseguirsi di case con l’intonaco sgretolato e i mattoni usurati dal tempo; qualche anziano seduto a bordo strada pare solo voler far passare il tempo che gli rimane. Molti paesi mancano di un vero e proprio centro storico; la realtà ci parla di una vita contadina spesa tra il duro lavoro dei campi. Le case si affacciano quasi sempre sull’unica grande via principale. Attraversando i villaggi rurali della Slavonia si ha l’impressione di sfilare avanti ad un reggimento in formazione come ad una parata militare di un esercito composto da soli reduci di una battaglia.

Le grandi strade attraversano paesi formati da case sorte sull’unica via

Dopo tanta pioggia ritorna il sole sul nostro cammino

La giornata persa a causa del nubifragio dell’altro giorno, si fa sentire pesantemente sulla tabella di marcia. La Slavonia ha un’anima fortemente rurale, non è stata contagiata dalle politiche di sviluppo turistico. Permane qui l’aria incontaminata del passato contadino. Eppure la Slavonia, regione compresa tra i fiumi della Drava, Sava, Ilova, e del grande Danubio, avrebbe il potenziale turistico per ospitare viaggiatori curiosi. Non mancano chiese, monasteri ed edifici barocchi in stile ungherese che meriterebbero una visita approfondita. Nonostante la regione sia definita il granaio del paese, manca di un vero e proprio sviluppo economico e il benessere tarda a venire. La nostra marcia forzata ci impedisce le deviazioni previste lungo le sponde del Danubio. Come in un bilancio in crisi dobbiamo risparmiare tempo e recuperare i chilometri persi; la strada per giungere al confine bulgaro è ancora lunga.

La sera arriviamo ad Osijek, il capoluogo della Slavonia. E’ una cittadina che gode ancora le reminescenze di un illustre passato. Lo testimoniano i grandi edifici storici e i parchi della città. Ma la guerra degli ’90 ha inflitto gravi ferite alle residenze ottocentesche in stile austroungarico. La città gravita sulle sponde del fiume Drava, dove la gioventù locale ama passeggiare la sera sfidando le punture delle temibili zanzare.

La vista dal nostro albergo; il campanile della cattedrale di Santi Pietro e Paolo

Il centro di Osijek; la cattedrale dedicata ai Santi Pietro e Paolo

Facciamo il nostro ingresso ad Osijek attraverso ampie strade delimitate da edifici fatiscenti e da palazzi che ricordano il rigore del regime comunista. Il nostro sguardo va alla ricerca delle indicazioni che possano condurci ad un hotel; non vediamo nulla. Arriviamo nei pressi della grande cattedrale dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Per fortuna c’è un grande albergo nelle vicinanze e troviamo una stanza, nonostante il personale ci informi che i pochi alberghi in città sono quasi tutti esauriti per una manifestazione sportiva. Cala la sera e dopo una doccia tonificante si va alla scoperta del posto, soprattutto alla ricerca di un ristorante dove mangiare. Troviamo un invitante barcone ormeggiato sul fiume dove ceniamo a base di pesce di fiume mentre, a nostra volta, veniamo divorati dalle zanzare affamate.

Avremmo voglia di vedere la Tvrda, fortezza settecentesca, che costituisce l’antica cittadella di Osijek; un complesso formato da diversi edifici storici, vie e piazze ricche di suggestioni romantiche del tempo passato. Purtroppo prevale la stanchezza dei chilometri passati in sella alle moto e preferiamo recuperare un po’ di energie sui comodi letti dell’albergo, pensando anche alla tappa che ci vedrà impegnati domani.

Ripartiamo alla buon ora, dopo un’abbondante colazione. Al tavolo facciamo il punto della situazione e decidiamo di prendere l’autostrada che attraversa la Serbia fino a Nis. Solitamente, quando viaggiamo, non facciamo ricorso alle grandi vie di comunicazione ma la tabella di marcia ci impone questa decisione. Si preme lo start; le moto cariche di bagagli e pensieri prendono la direzione per Vukovar. Il nome di questa tranquilla cittadina posta sulle rive del fiume Vuka è scolpito nella mente di tutti noi per essere stata al centro di un assedio durato tre estenuanti mesi da parte delle milizie dell’esercito federale jugoslavo, fedeli al governo di Belgrado. Per piegarne la resistenza, la città venne sottoposta al tiro dei micidiali mortai che causarono la morte di molti civili e distrussero buona parte degli edifici. Le azioni belliche delle milizie serbe non si limitarono ai bombardamenti; penetrati nella città le milizie si resero responsabili di crimini di guerra e atti di pulizia etnica. Attraversando le vie del villaggio non possiamo non notare i segni e le ferite di quella battaglia ancora presenti sui muri delle case sfregiati dalle schegge delle bombe dei mortai. Alcuni inermi mezzi militari dominano le strade; immobili moniti al male e alla distruzione provocata dalla guerra. Sembra sia passata un’eternità da quei fatti ma a noi sembra che i luoghi siano ancora ricoperti dal velo di dolore di quei giorni. Riprendiamo il viaggio, testimoni di questa triste eredità. Ci ritroviamo per caso nei pressi di un cartello di frontiera che indica il passaggio in Serbia. Ci ritroviamo a passare per la frontiera di Backa Palanka. Mentre gli agenti della polizia di frontiera controllano i documenti ci scappa un sorriso; i loro uffici hanno sede all’interno di un misero container in mezzo al nulla. Gli agenti, forse non capiscono, e ricambiano il nostro sorriso con due battute sull’Italia. Al via libera si parte con direzione casello autostradale. Sarà una lunga e monotona cavalcata fino a Nis: la porta della Bulgaria.

Duilio, uno dei protagonisti della rotta balcanica a Vukovar

Le moto, un viaggiatore, la strada: gli ingredienti di un viaggio

In fondo ci basta poco per sentirci a casa

Una sosta nei pressi di Nis

L’autostrada veloce ci conduce alle porte di Belgrado. Oltrepassiamo la grande capitale, sfogliando come un libro le pagine del suo skyline. Notiamo un aumento del traffico com’è solito quando si transita vicino ad un grande centro urbano ed economico. Tuttavia, al fianco dei moderni camion sorpassiamo un nugolo di mezzi arrugginiti e fumosi che sfidano le leggi della meccanica e del codice della strada. L’andatura è quella di crociera, l’asfalto sfila tranquillo sotto le ruote, mentre qualche autovettura “sfila” noi un pò troppo vicina. Ogni tanto veniamo salutati col clacson, i volti dei ragazzini si schiacciano sui vetri delle auto e ci sentiamo avvolti dal simpatico benvenuto di una terra povera, ma ricca di umanità e simpatia.

Oltrepassiamo Nis e iniziamo a scorgere i primi cartelli che indicano il confine di Stato. Sulla strada trafficata dai grandi camion, facciamo una sosta. Sorridiamo guardando un cartello che indica il paese di Prosek; all’unisono col mio compagno di viaggio penso che non sarebbe male brindare all’ingresso in Bulgaria con un buon bicchiere di prosecco fresco. Ormai sentiamo la meta vicina; la consapevolezza di essere ad un passo dalla Bulgaria ci restituisce un po’ di quelle energie spese lungo la calda autostrada serba.

Allora si riparte verso il confine posizionato tra le località di Gradina (SRB) e Kalotina (BG); la strada sfila sotto le ruote senza problemi e non ci pare vero. Prima di partire avevamo letto sulla rete che in questa parte d’Europa le strade erano caratterizzate da profonde buche, polvere e tanto traffico. Invece l’asfalto della E80 ci appare sempre in buono stato e il panorama delle gole di Jelasnica, scavate dal fiume Nisava, diventa l’incredibile cornice all’ingresso di un grande Paese. Mentre guidiamo abbiamo modo di osservare una montagna aspra in un’alternanza di falesie verticali di pura roccia e angoli  di verde lussureggiante. Lasciamo alle spalle cittadine di origine bizantina e romana; infine attraversiamo Dimitrovgrad e giungiamo al posto di confine che attraversiamo velocemente senza grossi problemi. I posti di confine sembrano tutti uguali asettici e brulicanti di persone dalle mille origini. Giunti in Bulgaria notiamo dei box in metallo dove vengono vendute le vignette per il pagamento del pedaggio stradale: per fortuna le moto non sono contemplate negli elenchi esposti così ci allontaniamo felici di non aver versato alcun balzello.

La E80 ha un asfalto perfetto come l’ambiente che la sovrasta

Stiamo lasciando la Serbia attraverso le gole di Jelasnica

La E80 diventa per noi un parco giochi

La frontiera Serba di Gradina

Salutiamo la Serbia

Il posto di confine di Kalotina, Bulgaria

I casottini per l’acquisto delle vignette; per fortuna le moto sono esenti

L’ingresso in Bulgaria circondati dal sole

Il panorama dalla strada che ci porterà a Sofia

Con ancora negli occhi le belle gole serbe di Jelasnica proseguiamo il nostro percorso alla scoperta della Bulgaria. Fin dai primi istanti, questo paese ci folgora con la sua bellezza semplice, fatta di ampi terreni coltivati a girasole; ci stupisce la grande varietà del suo paesaggio; laddove i campi digradano si ergono colline e catene montuose dalle cime spoglie ma dai fianchi verdeggianti di boschi. La bella giornata di sole invoglia a proseguire ma con lentezza per poter osservare tutto il bello che a noi si mostra. Il paesaggio sembra infinito ed è molto diverso da quello che siamo abituati a vedere dalle nostre parti. I paesaggi intervallati dalla massiccia urbanizzazione sono un lontano ricordo, come la modernità ed il progresso al quale siamo abituati. La campagna sembra curata con  attrezzi ed utensili che nel nostro Paese sono ormai dimenticati arrugginiti nelle rimesse dei contadini. Il traffico che pareva sopito d’improvviso torna brulicante di mezzi. Auto e camion dal vissuto evidente si muovono confusamente attorno a noi. Siamo arrivati nei pressi della periferia della capitale della Bulgaria. Spuntano i primi palazzoni che ci ricordano i regimi comunisti di un non lontano passato di quelli visti in qualche documentario in tv; l’asfalto che finora si presentava in buono stato all’ingresso della città si mostra malmesso e scivoloso. Al primo semaforo rosso, mettendo i piedi a terra, ci accorgiamo che qui non si scherza; l’impressione è quella che l’asfalto sia ricoperto di unto, i piedi si muovono come se pattinassero. Oltrepassiamo grandi viali e giungiamo nel centro cittadino dove il caos organizzato dei bulgari regna sovrano.

L’ingresso in Sofia

Pl Bulgaria e la colonna che regge il monumento dedicato ai 1300 anni della Bulgaria

Il centro di Sofia ci appare quello di una città caratterizzata dalle diverse architetture, la cui immagine  ordinata è alleggerita dalla presenza di grandi spazi verdi. La prima impressione è quella di una città multietnica aperta all’occidente verso la quale si affacciano sparuti gruppi di turisti; il suo centro è raccolto, quasi intimo per una capitale europea. Ci investe fortemente anche la sensazione di un luogo che trasuda cultura. Lo si comprende dai tanti giovani artisti che, agli angoli delle strade o dei giardini, suonano arie di musica classica o accennano a passi di danza classica. In ogni caso il primo impatto con la città è distratto: lo sguardo è teso alla ricerca di un albergo. Ne troviamo subito uno alle porte del centro; domandiamo se possiamo lasciare le moto in garage. Un addetto ci mostra un locale nelle immediate vicinanze, che ricorda una discoteca dismessa; al nostro sguardo perplesso l’addetto ci indica la presenza di un tizio dall’aria trasandata, seduto su uno sgabellino intento a far niente, che farà da guardiano.

La cattedrale ortodossa Aleksandăr Nevski in stile neo bizantino.

La cattedrale di Aleksandăr Nevski, risale alla fine del 1800

Monumenti post moderni

Rotonda Sveta Georgi, alle spalle la Presidenza della Repubblica e lo Sheraton Hotel

Lasciamo i bagagli in albergo e dopo esserci alleggeriti degli abiti pesanti, che ci hanno  protetto durante la guida, imbocchiamo la strada che ci conduce verso il centro storico con la soddisfazione di indossare scarpe da ginnastica e un colorata T-shirt. E’ una bellissima giornata di sole e forse grazie a questa luminosità i palazzi appaiono più belli. In giro c’è molta gente indaffarata. Ci colpisce subito il fatto che le persone impegnate a fare umili lavori abbiano una pelle decisamente scura, al contrario chi passeggia per fare shopping abbia un colorito decisamente diafano. Ci avviamo verso la grande rotonda che ospita la possente chiesa ortodossa dedicata ad Aleksandăr Nevski. La mole della cattedrale, sorvegliata dai grandi leoni, emblema bulgaro per eccellenza, è diventata uno dei simboli della città. Dalla rotonda percorriamo il grande viale Tsar Osvoboditel dove sorge la bella chiesa russa di Sveti Nikolai; dall’interno spuntano preti dalla folta barba, vestiti con le tipiche tonache nere. Passiamo davanti la galleria d’Arte Nazionale per raggiungere il Palazzo della Repubblica, dove assistiamo al cambio della guardia che avviene ogni ora. All’interno della struttura trova spazio l’antica Rotonda Sveti Georgi, una chiesa circolare di epoca romana che conserva ancora pregevoli affreschi medievali.

I viali pedonali di Sofia

Il mercato coperto – Central Hali

La chiesa di Boyana del XIII secolo Patrimonio dell’Unesco

I monti verdi del Parco Naturale del Vitosha

Il panorama di Sofia dall’Hotel Kopioto sul Monte Vitosha

Dopo aver visitato la moschea di Banya Bashi decidiamo di rientrare all’albergo per fare un giro in moto dei dintorni di Sofia per visitare l’antica chiesetta di Boyana; si tratta di un piccolo villaggio della periferia della capitale divenuto recentemente un quartiere residenziale. La chiesa di Boyana si trova all’interno di un rigoglioso giardino e grazie alla sua unicità è divenuta un sito dell’Unesco quale Patrimonio dell’Umanità. All’interno della piccola chiesa è possibile ammirare un notevole ciclo di affreschi che ben rappresenta l’arte medievale bulgara. Il villaggio di Boyana è situato ai piedi del Monte Vitosha che domina la capitale e dal quale si gode di un magnifico panorama. E’ l’occasione per riprendere confidenza con i tornanti che ormai non percorrevamo dall’inizio del viaggio.

Il manto stradale non è in perfette condizioni così come la montagna, dove si nota una certa incuria nella manutenzione delle piante che crescono ingombrando tratti di carreggiata. Il monte Vitosha, ci viene detto, è una zona molto frequentata da sciatori in inverno e dagli escursionisti in estate; ci viene spontaneo notare il gap che separa le antiquate strutture turistiche bulgare da quelle modernissime della nostra piccola provincia. Continuiamo a percorre le strade del monte e giungiamo fin sotto le alte torri della TV, dove ha sede l’Hotel Kopioto: un magnifico balcone sulla città. Rientriamo in città, le strade sono trafficate e bisogna fare molta attenzione anche alla loro superficie lastricata, alle perfide rotaie dei tram ed ai tombini che incredibilmente, a volte, mancano del tutto, lasciando scoperte delle pericolose voragini per le nostre moto. Sulla calda giornata di oggi scende una fresca sera che ci permette di godere ancora della grande città. Stasera si andrà a dormire presto domani è prevista una lunga giornata che ci porterà a scoprire i territori dei monti del Pirin.

Facciamo conoscenza con le cicogne

Le cicogne bulgare

Prendiamo confidenza col cirillico

La mattina presto la città dorme: noi no. Carichiamo le moto e approfittando delle ultime ore di sonno della capitale riusciamo ad uscire dalla città attraverso le strade silenziose ancora deserte. Puntiamo le moto verso sud, in direzione Blagoevgrad. La strada, non propriamente liscia, si riempie presto di grandi camion che rilasciano in abbondanza neri fumi di scarico. Guidiamo con attenzione sull’asfalto rovinato dal traffico pesante. Incontriamo quella realtà urbana tipica dei regimi ex comunisti. Le cittadine mostrano anonimi e grigi condomini, contrassegnati da enormi numeri stampigliati sui fianchi privi di finestre. Le periferie sono caratterizzate da fatiscenti abitazioni in mattoni, alcune sono senza finestre. Restiamo meravigliati dalla miseria di questi luoghi; vediamo molte persone trasandate per strada senza far nulla. Lasciamo questa povera gente al loro quotidiano fatto di poco o di nulla e sfiliamo le indicazioni per il famoso monastero di Rila. Dovendo far coincidere le necessità di due viaggiatori, la sera prima abbiamo deciso di visitare l’area vitivinicola di Melnik, tra i monti del Pirin. Questo territorio è rinomato non solo per il vino ma anche per la presenza del piccolo, ma delizioso, monastero di Rozhen incastonato tra piramidi di arenaria del Pirin. Il monastero di Rozhen è stato in passato un importante centro culturale ed è ricco di affreschi e icone. Ha uno stile architettonico molto particolare, con deliziose pitture murali e notevoli decorazioni ad intaglio su legno, della scuola di Debar. Il convento, situato in un meraviglioso contesto naturale, è tra i più importanti esempi dell’arte bulgara medievale. Dopo la visita, ripercorriamo a ritroso la strada fatta all’andata; oltrepassato il centro di Melnik ci fermiamo lungo strada presso un ristorante della zona che ci colpisce solo perchè è una costruzione recente. Finalmente una pausa a base di carne alla griglia e di un buon bicchiere di vino locale che non sfigura al nostro palato.

Melnik

Il monastero di Rozhen

Il monastero di Rozhen

Il monastero di Rozhen

Gli affreschi del Monastero di Rozhen

L’area vitivinicola di Melnik

L’emozione di trovarsi in questi luoghi così lontani dal nostro vissuto è veramente intensa. Ogni curva, ogni tornante offre uno spettacolare sguardo su una natura incontaminata e generosa. Ci troviamo precipitati in un luogo privo di indicazioni comprensibili, tutto è scritto in cirillico e la brava gente locale viene messa in difficoltà quando gli mostriamo una cartina stradale. Cerchiamo di intuire l’itinerario; non è cosa facile e, mentre guidiamo, abbiamo l’impressione di essere in balia della strada, come un marinaio  senza bussola. La strada che affrontiamo si inerpica sul fianco della montagna e si allunga verso il paese di Goce Dolcev. Percorriamo la tortuosa 198 che conduce il nostro viaggio tra incredibili foreste in un susseguirsi di curve mozzafiato. La strada non è frequentata, incrociamo pochi mezzi, ma dobbiamo fare ugualmente molta attenzione; da queste parti per la manutenzione delle strade vengono eseguiti dei ritagli di asfalto, che lasciano scoperte insidiose buche quadrate. Attraversiamo un territorio di confine; siamo vicini alla Macedonia e alla Grecia; le influenze culturali risaltano nei bianchi minareti, simbolo della religione mussulmana e nell’architettura delle vecchie case caratterizzate dal primo piano a sbalzo su quello inferiore che ricorda molto antichi edifici ellenici.

Alle porte dell’Islam

Le indicazioni stradali non sono sempre comprensibili..

..e osservando una cartina della zona la situazione non migliora

Attraversiamo la regione dei Monti Rodopi e dei grandi laghi

Sulla strada 866 per Plvodiv, all’hotel Chilingira ci aspetta una birra fresca

La strada che percorriamo è bellissima, offre in continuazione immagini incredibili; i boschi infiniti e i campi di fieno, ancora tagliati a mano da vecchi contadini che arrivano al lavoro con improbabili furgoni singhiozzanti, ci fanno immaginare una realtà e tradizioni vecchie di secoli. Incrociamo anche una coppia di anziani contadini, con tanto di falce incastrata su una moto obsoleta e polverosa, che lentamente ritornano a casa. Anche gli attrezzi di lavoro fanno intuire che da queste parti non si sappia cos’è il lavoro meccanizzato; qui vige la legge della fatica del lavoro fatto con la sola forza delle braccia. Buoi e cavalli, unica forza motore conosciuta, spingono lentamente carretti di legno stracarichi di fieno. Le indicazioni stradali continuano a latitare, quelle poche che troviamo sono scritte in una lingua incomprensibile. Ad un incrocio individuiamo alcuni cartelli che indicano le località di  Smolyan e Devin. Riusciamo così a comprendere la nostra posizione geografica tra questi immensi monti coperti da foreste selvagge. Attraversiamo vallate e villaggi minuscoli, qui vive gente dalle origini etniche differenti; turchi, greci e il gruppo Pomak, cristiani slavi convertiti alla religione islamica.

Giungiamo, infine, lungo le sponde del lago Vacha, dopo aver attraversato i monti Rodopi. La strada 866 costeggia buona parte del lago e consente di ammirare un magnifico panorama. Sulle sponde del lago, notiamo dei piccoli capanni utilizzati dai pescatori che frequentano questa area. Approfittiamo per fare una sosta e per bere una birra fresca all’Hotel Chilingira che domina lo specchio d’acqua da una posizione invidiabile. Qui facciamo conoscenza con una bella signora originaria di Plovdiv che parla perfettamente italiano. Si congratula con noi per essere giunti fin qui a visitare la sua terra. All’epoca del nostro viaggio la strada era un via vai di camion impegnati nella costruzione di una diga dalle proporzioni immense. La giornata di oggi pare non terminare mai; i chilometri, le curve, i tratti sterrati e il grande caldo ci fanno immaginare una comoda camera d’albergo dove fermarsi per una doccia tonificante.

Plovdiv, il minareto della moschea Dzhumaya

Plovdiv, il nostro albergo nei pressi della moschea Dzhumaya

Arriviamo nel tardo pomeriggio a Plovdiv e, per prima cosa, cerchiamo un albergo dove trascorrere la notte. La ricerca non dura molto; troviamo alloggio presso l’hotel Central nei pressi della moschea Dzhumaya, il cui minareto spicca sui tetti delle case. La città è la seconda per grandezza della Bulgaria; è un centro culturale rinomato grazie alla presenza delle tante gallerie d’arte e dei siti archeologici d’epoca trace, romana e bizantina. Plovidv, attraversata dal fiume Maritsa, possiede un foro ed uno stadio romano, un suggestivo anfiteatro fatto erigere da Traiano, l’Odeon e le rovine di Eumolpia risalente al periodo trace. Ovviamente, qui hanno sede molti musei storici e archeologici; inoltre vi è una folta presenza di case-museo dedicate a mostre permanenti di opere d’arte, quadri, mobili e oggetti d’epoca. Tutta questa ricchezza culturale, la presenza di caffè in stile bohemien e le strade in lastricato le hanno valso l’appellativo, forse un po’ ingombrante, di Parigi dei Balcani. La sera ci concediamo una passeggiata per le affollate vie del centro prima di un buon sonno ristoratore.

La Centrale elettrica Maritsa Itzok 3

e campi di tabacco

Per nostra fortuna i toponimi tornano ad essere comprensibili

La mattina del giorno successivo carichiamo le moto e ripartiamo di buon ora; avremmo il desiderio di fermarci in questa città per visitarla meglio, ma la strada per raggiungere le sponde del Mar Nero è lunga e non ci lascia alternative. Dunque ripartiamo facendo attenzione alla pavimentazione stradale lastricata e imbocchiamo una grande arteria che ci permette di uscire velocemente da Plovidiv con direzione est. Tuttavia, la soddisfazione di guidare per una volta su una strada con uno scorrimento veloce termina ben presto: percorsi pochi chilometri ci ritroviamo a percorrere le solite stradine senza indicazioni. Procediamo a tentoni, cercando di orientarci col sole. Ci accorgiamo che non siamo marinai e attraversiamo dei villaggi sconosciuti alla nostra cartina stradale, piccoli e monotoni. Il paesaggio che incontriamo è caratterizzato da ampi campi coltivati e da una natura non proprio rigogliosa. Tutto intorno a noi sembra fermo ad un progresso targato anni ’60, qualche tratto stradale è in lento rifacimento, altri tratti sono privi di asfalto e appaiono polverosi e colmi di buche. L’andatura delle nostre moto risente dei rallentamenti e ben presto ci copriamo di un velo di polvere bianca. Guidiamo ancora una volta lungo una zona di confine dimenticata; qui i governi locali hanno eretto grandi e fumose centrali elettriche che osserviamo da lontano ergersi tra i campi coltivati a tabacco. Ci fermiamo nel centro di un piccolo villaggio per acquistare della frutta e per fortuna notiamo dei cartelli che riportano indicazioni stradali in una lingua a noi comprensibile. L’occasione ci fa notare che abbiamo fatto una bella deviazione rispetto alla linea che volevamo mantenere. Per noi non è un problema; perdersi fa parte del gioco e ci fa guadagnare angoli di una realtà nascosta e inaspettata: tutto ciò che viviamo diventa una piacevole scoperta.

Da qualche parte tra Plovidv e il Mar Nero

Topolovgrad, una direzione dove andare

Le strade che ci portano verso la costa del Mar Nero

Finalmente torniamo su una strada con una direzione ben precisa. Puntiamo alla città di Burgas, dove incroceremo la E87 che ci consentirà di arrivare al borgo di Nesebar, bagnato dal Mar Nero e sito dell’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Le strade, per fortuna, sono poco frequentate: ogni tanto incrociamo qualche carretto trainato da un cavallo  dimagrito. Vediamo il mare in prossimità della costa laddove sorge la città industriale di Burgas. Lo skyline di Burgas non ci convince e la saltiamo a piè pari dirigendoci direttamente verso Nesebar. Il traffico aumenta, la strada si riempie di auto e corriere; le targhe indicano chiaramente che questi luoghi sono frequentati dai turisti delle nazioni confinanti con la Bulgaria. Notiamo che la qualità delle vetture è lussuoso, evidente segnale che la gente che risiede o visita la costa ha un tenore di vita migliore rispetto a chi abita l’entroterra bulgaro.

Nesebar dista poco meno di 40 Km da Burgas, sorge su un’isoletta rocciosa collegata alla terraferma da un istmo ed è un vero gioiello architettonico. Antico insediamento dei Traci col nome di Menebria, successivamente dei Dori divenne in seguito colonia greca e  quindi romana e bizantina. Nesebar ha accumulato nei secoli della sua storia il patrimonio architettonico che oggi possiamo ammirare con vero stupore. Numerose sono le chiese che si ergono nel centro dell’isola e molti sono i luoghi visitabili, compresi i musei archeologici ed etnografici. Nesebar è diventata oggi una delle località turistiche più frequentate della costa e la piccola isola che ospita il centro storico è un brulicare di persone alla ricerca di immagini da immortalare con le loro camere digitali. Per questo motivo potrebbe apparire fin troppo commerciale, ma la visita è giustificata dal pregio storico del luogo anche se molti monumenti sono degradati  del tempo e dall’incuria dell’uomo.

L’istmo di Nesebar

Il centro commerciale di Nesebar; tutti a caccia di souvenir

Antiche rovine di una chiesa romanica

La chiesa del Cristo Pantocratore

Il benjo

Il ristorante “Kapitanska Sreshta” la casa del capitano

Mezzi di locomozione

Facciamo sosta alla casa del Capitano, un balcone sul Mar Nero, per assaggiamo la cucina locale, fatta di una gastronomia semplice a base di pesce. Il viaggio, tuttavia, non conosce soste troppo lunghe e per questo torniamo ad indossare le nostre mute da viaggiatori e proseguiamo il nostro percorso. Tra un bicchiere di vino e uno d’acqua decidiamo di stravolgere il nostro viaggio e di modificare il percorso che avevamo studiato in precedenza. Siamo vicinissimi a Istanbul; perchè no!

Le strade sulla costa sono più scorrevoli e veloci; probabilmente potremmo arrivare nella grande città turca prima di sera. L’asfalto corre veloce sotto le ruote; dalle auto che incontriamo qualcuno ci saluta. Anche agli incroci qualche lavavetri si avvicina incuriosito chiedendoci di aprire il gas per sentire il rombo del motore.

Arriviamo a Sozopol, dove la viabilità diventa un po’ complessa e dobbiamo fermarci a chiedere informazioni. Un gentile signore ci fa cenno di seguirlo; la sua auto ci guida attraverso una staffetta di stradine anonime che fiancheggiano complessi industriali che mai avremmo percorso. Il prezioso aiuto del gentile signore ci aiuta a risparmiare tempo e qualche chilometro, ma soprattutto ci conduce senza intoppi sulla grande arteria che ci porterà fino al confine turco di Malko Tarnovo – Derekoy senza intoppi. L’uomo della provvidenza con un cenno della mano ci augura buon viaggio e ci guarda mentre ci allontaniamo.

Il confine di Malko Tarnovo – Derekoy

La Turchia

Il nostro viaggio, in questa giornata di trasferimento, diventa una galoppata, una corsa contro il tempo; è fondamentale per noi arrivare nella grande città del Bosforo prima che cali la notte. Con questo pensiero affrontiamo gli ultimi chilometri di Bulgaria; giungiamo al confine di Malko Tarnovo – Derekoy. Prepariamo i documenti con un attimo di trepidazione; passare la frontiera da queste parti non è una formalità. I rapporti tra la Turchia e i paesi confinanti non sono mai stati distesi. Fortunatamente, invece, il passaggio del confine bulgaro è semplice. La fortuna che prima ci ha assistito al passaggio del confine turco ci abbandona al nostro destino. Arrivati in dogana non troviamo alcuna informazione sulla burocrazia e sulle pratiche da sbrigare. Entriamo negli spazi doganali abbastanza velocemente ma all’uscita veniamo respinti in malo modo e senza alcuna spiegazione da poliziotti tanto inflessibili quanto incomprensibili. Ci avviciniamo ad un edificio centrale della dogana dove confluiscono i frontalieri. Sembra di essere all’interno di una stazione di autocorriere con tanto di panchine, banconi e sportelli. Ci accodiamo pazientemente a una lunga fila di persone, sperando sia quella giusta. In qualche modo riusciamo a superare il controllo dei passaporti in un ufficio, per poi svolgere in un secondo momento le pratiche relative ai motoveicoli, ed, infine, a quelle assicurative. Torniamo laddove ci avevano respinto, mostrando orgogliosamente i timbri apposti sui documenti; questa volta i poliziotti ci fanno cenno di passare. Diamo gas ai nostri motori e lasciamo questa arcaica burocrazia e gli atteggiamenti prepotenti dei doganieri alle spalle, col pensiero che la Turchia è altra cosa. Le strade scorrevoli e il buon asfalto ci permettono di macinare chilometri; l’autostrada ci verrà in soccorso per guadagnare il tempo necessario per arrivare a Istanbul. Facciamo una sosta in una grande stazione di servizio che nulla ha da invidiare alle nostre; alcune famiglie turche si fermano per il rifornimento. Molte di queste giungono dalla Germania, hanno autovetture tedesche impolverate dal lungo viaggio e prima di ricongiungersi con i familiari di origine, gli emigranti lavano all’autolavaggio le proprie auto per presentarsi al meglio alla “reunion” domestica. Riprendiamo il viaggio e ben presto ci accorgiamo che la campagna lascia il posto ai primi centri urbani della periferia della grande metropoli turca. Grandi moderni edifici, palazzi e grattacieli si susseguono ininterrottamente come in una selva di cemento; allo stesso modo la strada che percorriamo brulica di autovetture e camion. Scorgiamo le prime indicazioni delle uscite di Istanbul. Usciti dall’autostrada, attendiamo fiduciosi di scorgere un cartello sulla tangenziale che indichi il centro. Gli edifici moderni lasciano spazio a palazzi datati; forse è il momento di uscire dal traffico delle tangenziali. Il traffico cittadino è anche peggio ma con le moto riusciamo a districarci nel caos più totale. Tuttavia, facciamo fatica ad orientarci e  dobbiamo chiedere indicazioni alla gente che incontriamo a bordo strada; ci vien fatto segno di proseguire. Nel frattempo il buio della sera prende spazio alla luce del giorno e non appena ci sembra di essere giunti in un quartiere centrale decidiamo di guardarci attorno per trovare una sistemazione; la troviamo quasi immediatamente nei pressi di una grande moschea. Scopriremo poi di essere giunti nel centrale quartiere dei bazar; la grande moschea è la Sehzade Mehmet Camii o moschea del Principe. La nostra comoda sede sarà il Grand Hotel Gulsoy. Dopo aver lasciato le moto nel garage del grande albergo e dopo aver chiesto le informazioni di rito che ci serviranno per i nostri spostamenti, saliamo in stanza con la preziosa cartina della città. Troviamo il tempo e la voglia per fare un giro dell’isolato che ci ospita e ci immergiamo immediatamente in questa realtà fatta di mille contraddizioni. Vediamo le tipiche donne mussulmane coperte interamente dai preziosi veli neri e di contro bellissime donne orientali vestite sempre di velo, ma di quelli che lasciano immaginare tutto senza troppa fantasia. Vediamo circolare macchine lussuose mentre in mezzo la strada degli uomini trascinano dei carretti con enormi sacchi di juta che provvedono a riempire di bottigliette di plastica che raccolgono ovunque per guadagnarsi il pezzo di pane quotidiano. Cerchiamo un locale dove bere una birra e mangiare qualcosa; apprendiamo che molti esercizi non vendono alcolici in prossimità delle moschee per rispetto alle regole della religione islamica. Tuttavia, dietro l’angolo, turisti occidentali cenano ai tavoli di lussuosi ristoranti, pasteggiando con vino e boccali di birra. Troviamo un posticino accogliente con dei tavolini esterni; il gestore ci riconosce come italiani e per renderci  omaggio passa una cassetta con i maggiori successi di Toto Cutugno. Forse scopriamo l’essenza di questo viaggio; dopo aver percorso migliaia di chilometri, alla scoperta di mille culture e genti diverse basta un disco per ricordarci chi siamo e da dove veniamo: italiani.

Istanbul, i minareti di Sultan Ahmet Camii ovvero la Moshea Blu

La mattina successiva ci svegliamo con calma e approfittiamo del ricco buffet della colazione per prendere confidenza con la prelibata pasticceria turca. Attraversiamo una piccola parte del quartiere per prendere la tramway che ci porterà in centro; una sorta di metropolitana di superficie che con poche fermate ci permette di arrivare nel centro storico di Costantinopoli. La prima visita è al quartiere di Sultanahmet, centro storico di Istanbul. Basta una visita a questo quartiere, che vanta una concentrazione di grandi opere artistiche storico-culturali, per ripagare la fatica del viaggio. Questa zona è collocata su un promontorio che si affaccia sul Corno d’Oro; è un quartiere storico dove la cultura turco – mussulmana è ben radicata. Qui imperatori bizantini e sultani ottomani fecero costruire le loro grandi opere, luoghi di culto o edifici pubblici sfidando le leggi della fisica e quelle di un territorio instabile soggetto a devastanti terremoti. Il risultato evidente davanti ai nostri occhi contro il cielo blu della Turchia. La moschea dedicata al Sultano Ahmet I invita il visitatore ad elevare costantemente lo sguardo verso l’alto. Ogni elemento della struttura richiama la sua immensità armoniosa ottenuta grazie alla presenza interna delle piastrelle di Iznik, alle vetrate istoriate e agli arabeschi disegnati sulle cupole. La grande moschea rivaleggia con il grande edificio sacro di Aya Sofya, chiamata anche Hagia Sofia o semplicemente Santa Sofia; eretta nel 537 per volere dell’imperatore cristiano Giustiniano, divenuta poi centro del culto mussulmano per volere del conquistatore di Costantinopoli Mehmet nel 1453.

La Moschea Blu, Sultan Ahmet Camii

I minareti della Moschea Blu, Sultan Ahmet Camii

Aya Sofya, Santa Sofia

Aya Sofya, Santa Sofia

La Moschea Blu vista da Aya Sofya

Se la moschea Blu ci ha sorpresi per la leggerezza della sua figura nonostante la mole e la quantità di cupole e minareti, la basilica di Santa Sofia appare alla vista come una meraviglia frutto della genialità degli architetti Antemio e Isidoro che progettarono una struttura impensabile non solo per quei tempi. Aya Sofia è un edificio incredibile pieno di sorprese ad ogni angolo; si può restare completamente estasiati alla vista dei preziosi mosaici cristiani che ebbero la fortuna di essere ricoperti da intonaci e vernici all’epoca delle conquiste islamiche. Passeggiare lungo il nartece, tra le colonne decorate come fossero pizzi e i finestroni che conferiscono alla struttura un’aura di leggerezza, è un’esperienza unica e indescrivibile. L’insieme della basilica è talmente imponente che le strutture innalzate per i restauri della cupola scompaiono all’interno della grande navata centrale, i tanti visitatori che si aggirano tra questi ampi spazi diventano esseri minuscoli. Forse era questo il fine di Giustiniano; rendere l’uomo il niente davanti alla grandezza di Dio e anche della sua.

Il nartece di Santa Sofia

Il traffico di Istanbul

Il ponte di Galata e sullo sfondo la Torre di Galata

I trafficati vicoli dei mercati di Istanbul

I pescatori sul ponte di Galata

Il ponte sul Bosforo

Il ponte sul Bosforo

Dalla basilica di Santa Sofia ci avviamo a piedi verso il grande palazzo di Topkapi, che visiteremo l’indomani; attraversando i giardini del palazzo dei sultani scendiamo verso il Bosforo e il grande ponte di Galata che unisce le due sponde della città occidentale. I quartieri di Istanbul sono dei formicai; la gente ha sempre qualcosa da fare o qualche oggetto da vendere per cui trattare, il traffico è caotico e rumoroso ma nell’insieme la città appare piacevole e accogliente. Il caldo, invece è particolarmente opprimente, le temperature superano tranquillamente i 40° e spesso vediamo l’asfalto deteriorato dal passaggio dei mezzi pesanti che scavano profonde buche lungo i margini delle vie. Il tratto di mare sul Bosforo è attraversato da navi e barche dalle più differenti forme e stazze. Lungo il molo di Eminonu,  alcuni barconi ancorati ospitano grandi griglie sulle quali vengono cotti dei pesci prelibati per essere serviti all’interno di panini con insalata. Nelle vicinanze, sgargianti carretti decorati offrono una bevanda rossa a base di peperoncino e cetrioli; la assaggiamo un po’ titubanti: è, invece, molto gustosa e dissetante. Il pomeriggio volge al termine, abbiamo camminato molto e decidiamo di regalarci una visita in traghetto sul Bosforo. Dalla barca abbiamo modo di vedere i moderni quartieri delle periferie, dai quali spuntano alti palazzi e grattacieli, le coste verdeggianti dalle quali spuntano incredibili ville lussuose. Al tramonto passiamo sotto il ponte del Bosforo; è per entrambi una grande emozione, alla quale Istanbul pare voler partecipare accendendo le sue mille luci notturne: uno spettacolo.

La città che copre una vasta area a est e ovest del Bosforo offre uno skyline incredibile; spiccano minareti e bandiere turche ovunque, testimonianza di un sentimento popolare molto forte verso i concetti di religione e patria. Rientriamo mestamente verso l’albergo, la giornata di visite e il caldo si son fatti sentire; mangiamo qualcosa di tipico in un ristorantino locale e andiamo a dormire al suono delle preghiere diffuse dagli altoparlanti della vicina moschea. Il sonno è decisamente più forte.

Il sapere le moto ferme tranquille in garage è un sollievo guardando il caotico traffico turco dalla finestra dell’hotel; il pensiero vola all’indomani, quando le riprenderemo per il viaggio di rientro. La vista del traffico e il caldo forniscono la risposta ai dubbi sull’orario della partenza per il rientro: anzi prima si partirà meglio sarà.

Oggi abbiamo programmato la visita al palazzo di Topkapi; uno dei tanti gioielli che Istanbul possiede. Le mete da visitare sono talmente tante che per vederle tutte non basterebbe una settimana.

L’ingresso principale del palazzo di Topkapi, la porta di Mezzo

Una vista interna del Palazzo Topkapi, la terrazza marmorea e il baldacchino di Lftariye

Una delle sale del Harem all’interno del Topkapi

Palazzo del Topkapi, la porta della Felicità

Si accede al palazzo del Topkapi dalla Porta di Mezzo, dopo aver attraversato gli splendidi giardini al cui lato si può osservare il padiglione delle cucine del Palazzo. Merita senza dubbio fare il biglietto per visitare l’ala privata dei sultani: l’Harem. Si tratta di ambienti familiari caratterizzati dal pregio degli arredi e dal lusso delle stanze. Si accede quindi alla Terza Corte dove, all’interno della Tesoreria Imperiale, sono conservati splendidi gioielli tra i quali il famoso pugnale del Topkapi, quello del film, sul quale sono incastonati tre smeraldi. Infine si accede alla Quarta Corte esterna, caratterizzata dai giardini dei Tulipani e dai padiglioni costruiti dai sultani. Per osservare tutti gli ambienti e gli oggetti in mostra nel palazzo di Topkapi occorre molta pazienza e anche tanto tempo che si spende volentieri; la visita di questo luogo è talmente interessante che le lancette dell’orologio scorrono velocemente. Chi ha intenzione di visitare il palazzo in fretta perderà molte occasioni di osservare cose magnifiche.

Terminata la visita a questo straordinario palazzo torniamo verso il ponte di Galata per attraversarlo. Il ponte è costruito su due piani. Nel piano inferiore trovano sistemazione ristoranti, bar e gelaterie, mentre sul piano superiore passa la strada che collega i due quartieri di Galata ed Eminonu. Sulle balaustre del ponte si danno appuntamento centinaia di pescatori che lanciano le loro lenze nel braccio di mare sottostante. Oltrepassiamo il canale e ci rechiamo nel quartiere di Galata dominato dalla grande Torre. Le vie del quartiere si arrampicano ed arrivare alla Torre di Galata non è così facile; anche oggi il caldo è cocente, ma vale la pena arrivare fin qua per salire sulla grande torre, eretta a difesa della città. La fortificazione genovese domina il quartiere e dall’ottavo piano si gode un panorama notevole su tutta la città. Il tempo purtroppo scorre inesorabilmente; la giornata volge al termine e con essa anche la nostra vacanza; bisogna rientrare in albergo, per organizzare il rientro verso casa. Domani la tappa sarà Istanbul - Igoumenitsa, circa 1.000 km, da dove ci imbarcheremo alla volta di Venezia.

Una delle animate vie di Galata

La vista su Istanbul dalla Torre di Galata

La moschea del Principe, Sehzade Mehmet Camii

La sera, dopo aver trascorso un paio d’ore in relax sul bordo della piscina posta all’ultimo piano dell’hotel che ci ospita, scegliamo un ristorantino locale non troppo distante frequentato dai devoti della vicina moschea. Ci invitano a salire al secondo piano dove ci accomodiamo accanto a una tavolata di sole donne mussulmane. Sotto le vesti nere che le ricoprono si intravedono dei vestiti impreziositi da pregiati ricami in filo dorato e gioielli di varie forme e fattezze. Ridono, chiacchierano e noi ci accorgiamo che troppo spesso le osserviamo incuriositi dai loro modi. Probabilmente se ne accorgono, ma non danno segno di fastidio: certamente sono abituate e, forse un po’ lusingate dall’attenzione che  dedicano loro i turisti. Chissà se si tratta di semplice curiosità o piuttosto della voglia di conoscere meglio questa gente così diversa. Sono serene e contente, e se proprio qualcuno si deve sentire a disagio, è giusto che quelli siamo noi; noi che siamo ospiti di una città multiculturale dalle mille sfaccettature e contraddizioni, frutto di secoli di storia. Noi ospiti in una terra lontana alla quale chiediamo mestamente di mostrarci i suoi mille volti; noi che siamo giunti fino a qui perchè crediamo che le distanze dei popoli possono essere colmate solo con i viaggi e con la curiosità del viaggiatore.

Il lungo rientro verso casa: Enzo

La strada verso il ritorno a casa; Duilio

Una sosta prima dell’imbarco; le protagoniste del viaggio

La mattina ci svegliamo che è ancora notte; per fortuna a quest’ora è fresco. Partiremo, quindi, con qualche ora di vantaggio sul grande caldo e sul grande traffico. La città è vuota e la vicinanza alle grandi arterie di comunicazione ci facilita l’uscita dalla città. Imbocchiamo l’autostrada e  manteniamo una buona andatura, tant’è che ci possiamo permettere una sosta per un caffè ad una stazione di servizio. Attraversiamo il confine; questa volta i controlli sono più semplici e si susseguono velocemente uno all’altro. Seguiamo una stradina su un percorso obbligato sorvegliato da militari armati. Non si respira un’aria serena, viviamo una certa tensione. Scendiamo con le moto in una sorta di canalone tra alte pareti in cemento e oltrepassiamo una vasca d’acqua sporca; arriviamo finalmente in Grecia. Sorridiamo al poliziotto che ci accoglie con un solare: “Welcome” al quale rispondiamo volentieri col pollice alto.

Attraversiamo la Grecia come in una galoppata contro il vento caldo. Dobbiamo fermarci più volte, la temperatura è insopportabile, i chilometri scorrono sotto le ruote e la fatica aumenta. Il paesaggio è magnifico. Guidando pensiamo a come sarebbe bello organizzare un giro da queste parti.

Arriviamo a Igoumenitsa: le ferie e il viaggio sono giunti quasi al termine; acquistiamo il biglietto per il traghetto e troviamo una misera sistemazione per la notte. La sera passeggiamo lungo il molo senza grandi discorsi; il rientro si tinge sempre di una velata malinconia per le cose viste e lasciate alle spalle e per le occasioni perse o mancate.

L’attracco del nostro traghetto al porto di Igoumenitsa

L’ingresso al porto di Venezia

Venezia, Piazza San Marco

Finalmente; quasi a casa

Il viaggio a bordo della nave dopo i primi istanti di esplorazione diventa presto noioso; come sempre si incontra qualche collega motociclista e partono i racconti reciproci di mille storie e avventure di viaggi ed esperienze.

La vista di Venezia dal ponte della nave, la mattina del giorno di rientro a casa, è un ricordo bellissimo di questo viaggio che si somma a tante immagini raccolte in questa esperienza. Ogni luogo contraddistinto da una sua particolarità. Guardando il grande campanile di San Marco rivediamo i minareti, la torre di Galata, le piramidi di arenaria e le cupole delle chiese bulgare. Tutta questa diversità ci ricorda che nella diversità delle cose e degli uomini è insita la bellezza del mondo.

4 pensieri su “LA ROTTA BALCANICA

  1. grande Enzo……finire di leggere questo racconto e spulciare le foto è stato come annusare il viaggio che verrà….l’ultima frase “Tutta questa diversità ci ricorda che nella diversità delle cose e degli uomini è insita la bellezza del mondo.” è il riassunto non solo del viaggio in questione….ma dell’essere viaggiatori….un grande abbraccio Valerio

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