(re)start me up

Il primo ricordo che riaffiorò fu la lenta camminata, imbardato nella tuta di pelle col casco in mano, attraverso lo stretto corridoio che lo portava al garage. Ogni volta sorrideva, immaginando di essere un’astronauta che si accingeva a salire su un missile diretto sulla luna. Forse la sua moto non era proprio un missile ma in pista andava forte. Non sapeva esattamente cosa lo spingesse ad andare così forte, era certo che saponette e pieghe estreme non avrebbero fatto parte del suo futuro.

Da quando aveva iniziato a frequentare l’università aveva poco tempo e pochi soldi per scaricare i cavalli della moto in pista: per invogliarlo a frequentare più i libri che i box i suoi genitori decisero di stringere i cordoni della borsa. Probabilmente fu una decisione giusta ma non abbastanza da eliminare quella passione a due ruote dal suo DNA. Dopo aver venduto la sua supersportiva acquistò una moto da pochi soldi da guidare nei ritagli di tempo e fu così che dalla pista si trovò a fare gitarelle fuori porta. Quei giri non avevano il sapore del brivido ma quello delle vecchie osterie che trovava nei posti più disparati. Fu proprio durante una di quelle gite che avvenne l’incidente.

Non ricordava nulla; quando si risvegliò trovò i suoi ad attenderlo; gli spiegarono che era finito con la moto fuori strada, in aperta campagna, e che non fu possibile stabilire le cause dell’incidente: l’unico testimone era ricoverato in rianimazione in coma farmacologico. Quella ricerca spasmodica di chi o cosa causò quell’uscita di strada dopo qualche giorno non importava più a nessuno. Tutti attendevano un suo cenno di ripresa. Rimettersi in piedi non fu facile, i primi passi costarono dolore e sudore. Alla fine gli fu chiaro che i suoi obiettivi di un tempo erano stati cancellati di colpo.

Diceva di sé di essere ruvido e ostinato; lo dimostrava il fatto che mentre sfogliava l’album dei ricordi era a bordo di una moto. Voleva ricominciare da dove il cerchio si era spezzato e così fece. Quella mattina si svegliò presto, fuori era ancora buio, prese il vecchio enduro di suo padre caricandolo del giusto necessario per stare lontano da casa un paio di giorni: era giunto il momento di capire cosa fare della propria vita.

Partì insieme ai suoi timori senza salutare nessuno, sperando che nessuno lo guardasse. Le paure svanirono rapidamente, l’unico imbarazzo era guidare quel ferro da stiro: si sentiva felice. Nel suo lento andare, ripetevano il refrain di “start me up” tamburellando sulle manopole; finalmente su una moto; i cattivi pensieri e i dubbi sul domani erano scomparsi insieme a tutte le incertezze.

Pregustava l’idea di essere seduto sul bordo di un laghetto alpino, ascoltando i Rolling Stones, in una bella giornata di sole dove avrebbe dedicato del tempo per capire qualcosa sul futuro. Mentre la strada aveva preso a salire tra interminabili vigneti e meleti vide un cartello stradale con impresso il nome di un paese la cui pronuncia suonava bizzarra.

Dietro una curva scorse il paese; era formato da poche antiche case, alcune addossate le une alle altre. Svanì dalla sua mente l’idea di fermarsi per bere un caffè o fare quattro parole. Come d’abitudine, arrivato all’ingresso del paese rallentò la marcia, lo sguardo si perse tra le case. D’improvviso un pallone gli tagliò la strada e vide avanti a sè quello che aveva appena immaginato: un bimbo che, correndo, inseguiva la sua palla. Non provò neppure a frenare, evitò il ragazzino come uno sciatore scansa un paletto di slalom speciale, ma non ebbe modo di riprendere la moto. Gli spazi erano troppo stretti per avere margine di manovra. Vide l’androne di un portone farsi avanti e poi udì un rumore sordo; tutto prese a girare intorno a lui. Quindi tutto si fermò. Restò immobile, solo un attimo che gli parve essere un’eternità, poi realizzò di essere tutto intero. Il suo sguardo cadde sulla moto che aveva percorso qualche metro e si era parcheggiata tra un muro e la staccionata di un orto, causando la rottura di qualche asse di legno. Mentre si stava risvegliando da quell’incubo sentì bussare al suo casco. Si voltò e vide il volto sereno del bambino col suo gioco in mano. Gli sorrise. Quell’incanto di sguardi si frantumò agli urli di una ragazza che, sentito il baccano, si era precipitata in strada, pensando al peggio. Corse incontro al bimbo abbracciandolo, assicurandosi che fosse tutto intero. Si era alzato in piedi, sentiva il cuore battere forte. Mentre si tolse il casco prese ad osservare la donna. Era bellissima e giovane. Lei gli si fece incontro chiedendogli se stesse bene.

“Lei ha fatto un miracolo ad evitare Filippo, sono morta di paura. Si è fatto male! Venga, la faccio accomodare in casa, avrà preso un bello spavento”.
Lui rispose facendo un cenno con la mano, come per dire che andava tutto bene, ma era ancora confuso.
Passarono alcuni istanti che diedero modo a entrambi di calmarsi e guardarsi.
“Si accomodi le preparo un caffè”, disse lei cingendolo con il braccio per sorreggerlo. “Mi dispiace molto, mio figlio è un bimbo così vivace”. Presero a dialogare e la paura svanì lasciando spazio ad una dolce armonia.

Ebbero modo di raccontare della loro vita, dei momenti belli e di quelli brutti. Lei si commosse parlando del padre di Filippo e della sua vigliaccheria e di come fosse difficile tirare avanti da soli. Lui non si capacitava di quella scelta: trovava lei dolce e premurosa e per nulla pentita di aver voluto il suo Filippo a tutti i costi.

La sera giunse rapida e con essa la prima celata oscurità.
Era trascorso il tempo ma lui non aveva voglia di alzarsi e ripartire.
Lei guardò fuori dalla finestra: “fra poco sarà buio; preparo la cena. Se vuoi, puoi mangiare insieme a me e riprendere il viaggio domani. Che ne pensi, potresti dormire nel letto di Filippo, mi farebbe molto piacere”.

Mangiarono la cena che prepararono assieme e misero a dormire il bimbo.
Mentre la guardava accendere il fuoco nel camino pensò che forse aveva imboccato la strada giusta, immaginò il suo futuro e gli piacque. Sentì prendersi la mano. “Sentiamo della musica! Scegli un disco che ti piace”. Il dito scorse le confezioni dei cd e si fermò quando riconobbe la copertina dei Rolling Stones. La guardò. “Non ho voglia di sentire musica voglio sentire il tuo respiro”. Si sedettero in silenzio ad osservare il caldo balletto delle le fiamme.

About these ads

Un pensiero su “(re)start me up

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...